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Medvedjak

gennaio 28, 2019

Balinando in Slovenia

Uscita mattutina del sabato, giusto per vedere una grotta e consentire a Carol di arrivare al lavoro nel primo pomeriggio. Così partiamo da Udine la baldanzosa Ughetta e l’immusonito Mayo, che di andare in grotta non aveva nessuna voglia, indossando già i sottotuta pesanti per evitare lo spogliarello sul Carso innevato.
Ritrovo a Basovizza in pasticceria, sempre un’ottima idea, dove Ughetta scopre l’esistenza del kranz e inizia la solita storia, dato che Linus e io non siamo abituati a spiegare a sti ‘taliani cos che vol dire le robe. El kranz xe el kranz, assaggialo. Anzi assaggiamolo!

Dunque, anche sta volta ci dirigiamo verso Kozina, ma ci spingiamo un po’ più verso Markovščina lungo la strada per Fiume. Si gira a destra su una strada secondaria, asfaltata e spalata, ma preso la si abbandona per prendere una carrareccia che si inoltra fra prati e boschi del Carso innevato. Ci saranno una decina di centimetri di neve appena, ma sono sufficienti per rendere il paesaggio invernale e la temperatura di -1°C è più che sufficiente per rendere gelida la faccenda per una sarda freddolosa.

La sarda comunque guida bene sulla neve e arriviamo sani e salvi a uno spiazzo vicino alla grotta, che per inciso è chiaramente indicata sulla mappa scaricata da OpenAndroMaps (se vi interessa la trovate qui) che visualizzo usando OruxMaps (lo trovate qui) sullo smartphone Android. Parcheggiamo le due auto e ci vestiamo rapidamente, anche se la Bora si è calmata e il freddo non è pazzesco. Per me.

Innanzitutto scopro che quando Linus diceva che avrebbe portato una corda da 8 mm nuova, non stava scherzando. Considerata l’avventura in Noè con la corda nuova dei riminesi, che mi ha traumatizzato un po’, non sono molto felice. Oh, la corda da 8 l’ho usata diverse volte, ma di solito accadeva lontano dall’ingresso, quando l’ingresso era a sua volta lontano dalla strada. Insomma, la 8 è quella corda che usi perché pesa poco.

Ughetta dice (crede) di avere dimenticato gli scaldini, o meglio le bustine riscaldanti. Le cedo quelle che ho nel barattolo dentro il mio sacco personale, sapendo che dimenticherò certamente di rimpiazzarle. Le bustine sono state acquistate nel 2012 a New York, ma funzionano. Eeeh, roba ammericana.

Per trovare la grotta riusciamo a descrivere un percorso a spirale fra le ramaglie tipiche del Carso. Mentre gironzoliamo mi viene in mente che è sempre così. Una persona ragionevole lascerebbe andare avanti quello che sa dov’è la grotta, quello vagherebbe per mezz’ora cercandola, poi chiamerebbe e lo potremmo raggiungere facendo una ventina di passi invece di un giro lungo mezzo chilometro nella boscaglia. Noi non siamo ragionevoli e seguiamo Linus lungo il percorso a spirale, che termina sull’orlo di una dolina, che costeggia la strada, da dove possiamo vedere tranquillamente le nostre auto parcheggiate a breve distanza. La grotta si apre lì, sul fianco della dolina, nella classica posizione. La posizione sulla mappa è esatta.

Bell’ingresso, allungato. Linus attacca la 8 su due fix piantati a qualche metro dall’orlo, poi fraziona sul classico e sempre lodato albero, quindi un altro frazionamento su fix sulla parete opposta e da lì giù in libera. Il pozzo dovrebbe essere un “40 circa”. Quindi in libera saranno “30 – 35 circa”.

A dire il vero, sapendo di avere per le mani una corda da 8, non sono molto rilassato. Non che non tenga, figurarsi, ma peso un quintale e il discensore non fa miracoli. Quindi parto con la “mezza chiave” e me la tengo per tutta la calata, arrivando infine sul classico cumulo di detriti, generato dal crollo della volta della galleria. Il crollo ha creato quella cosa che noi umani chiamiamo “ingresso”.

Scendendo si percepiva già che la galleria fosse grande, arrivato sul cumulo metto la lampada a tutta potenza e provo a guardarmi in giro. Si, è grande, abbastanza grande da rendere appena sufficienti i 1400 lumen della SuperKikko2. Ci sono anche delle rane, con grande gioia di Carol, che sembra non avere per questi anuri lo stesso amore che nutre per i cani. Forse perché le rane non scodinzolano, da anuri che sono. Anche io, onestamente, preferisco giocare con un cane che con una rana.

Dalla base del salto d’ingresso scendiamo lungo la china detritica e iniziamo ad avanzare lungo questa galleriona, ben concrezionata, che diventa progressivamente sempre più fangosa. Inutile dire che stalattiti, stalagmiti e colate si sprecano in autentico stile Carso. A un certo punto arriviamo alla “strettoia”, che ci obbliga a togliere i sacchi dalle spalle, ma in realtà non è altro che un restringimento fra le concrezioni, oltre cui gli ambienti diventano ancora più ampi.

Il pavimento della grotta è formato da detriti, generati da antichi crolli della volta, ricoperti da un crostone di concrezioni. Iniziamo però a trovare delle “doline” interne, dove il pavimento è crollato, probabilmente a causa della formazione di vuoti sotto questa galleria. Se si tratti di punti di collegamento con un livello più basso o qualcosa legato a dissoluzione e trasporto dei detriti, non si capisce. Propenderei per la prima ipotesi, ma aggiriamo gli sfondamenti senza sognarci di approfondire l’argomento. Per non approfondire noi stessi in qualche altro pozzo. Non sarebbe sano, dato che l’unica corda di cui disponiamo è lo sbrendolo che ha portato Linus (non si sa quanto sia lungo, non si sa quanto sia vecchio, ma questo è certamente da 10).

Infine giungiamo su un ultimo sfondamento, dove capiamo che per procedere dovremmo attrezzare una calata, che sarebbe possibile grazie allo sbrendolo, ma richiederebbe del tempo che non abbiamo.

Così torniamo indietro e guadagniamo nuovamente la base del salto d’ingresso. Chi va, chi aspetta. Meglio che ad aspettare sottozero sia chi non patisce il freddo: parto per primo, cercando di essere regolare nella salita. Un po’ perché non vado in grotta da un mese, un po’ perché non mi fido della corda da 8 coi bloccanti infangati.

Maniglia e ventrale vanno, il bloccante da piede fatica più del solito a scorrere. Un paio di volte il ventrale non blocca e mi fa sussultare, o meglio imprecare sonoramente. Capisco poi che il problema è determinato sia dal fatto che la corda è sottile, che dall’improvvido infilarsi del capo morto del nodo del rinvio maniglia. Questo spinge leggermente sulla camma del ventrale e contribuisce a non farla risalire, così che non stringe la corda. Osservo un po’ la situazione e mi rendo conto che la soluzione è semplice: basta che il rinvio stia all’esterno e il pedale all’interno. Mi rendo così conto di avere montato il rinvio maniglia a casaccio per qualche lustro. Mah?

Quando arrivo vicino all’orlo del pozzo l’aria fredda mi investe e tiro un sospiro di sollievo. In grotta faceva caldissimo indossando il sottotuta pesante, che avevo scelto per non soffrire all’esterno. -1°C è la temperatura giusta per questo equipaggiamento, in grotta fa molto più caldo. Ughetta sostiene che invece in grotta si stava benissimo con il sottotuta pesante.

Come da programma (mai successo prima!) alle 13 siamo tutti quattro fuori e torniamo a infilare la corda nel sacco. Giusto il tempo per andare a prendere una cioccolata calda a Basovizza, Carol va a lavorare, noi due ce ne andiamo in gita verso il confine croato.

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