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Sguazzando di nuovo con vecchie idee

giugno 9, 2018

Spedizione speleosub in Pod Lanisce

La grotta Pod Lanisce, o Podlanisce oppure ancora Pod Laniše (per essere puntigliosi), è una cavità piuttosto famosa delle Prealpi Giulie, nell’area che chiamiamo genericamente “Valli del Torre“. La cavità si apre in realtà al margine dell’alveo del rio di Monteaperta, un affluente del torrente Cornappo, in Comune di Taipana. Vedi la scheda catastale della cavità.

Emanuele “Sandokan” (a sinistra) e Roberto “Yoshi” (a destra) controllano e preparano il loro equipaggiamento subacqueo in Pod Lanisce

Sebbene lo sviluppo planimetrico della cavità sia di appena 1950 metri si tratta di una delle grotte più divertenti della zona, a patto di frequentarla durante la stagione calda. Si, perché la Pod Lanisce è una cavità attiva dove il torrente che esce da un sifone ci costringe a fare un po’ di evoluzioni per evitare di bagnarci fino alla vita.

Di questa grotta sento parlare da quando sono nato. A casa mio padre aveva “gli stivali da Pod Lanisce” ovvero delle scarpe da canyoning ante litteram, scarponcini di tela con la tomaia forata apposta per fare fluire l’acqua. Tanto, diceva lui, entra comunque e stare ogni volta a vuotare le scarpe per non avere sto peso da portarsi avanti è una rottura. Il rilievo del 1965 venne firmato da Pitt, colui che ha nome, cognome e soprannome tutto in uno (in realtà il nome è Dino), ma come al solito tutta la squadra del Circolo aveva partecipato. Il rilievo che ho usato io invece è quello firmato da Umberto Sello e Alberto Palumbo nel 1981, sempre del CSIF.

La prima volta in cui ci entrai fu il 12 novembre 1989, durante il Corso di Speleologia di primo livello. Vestito con maglie di lana, una calzamaglia da sci e una tuta mimetica militare in due pezzi di quelle usate da mio padre negli anni ’60 per andare in grotta, mi infilai in acqua senza soffrire troppo il freddo. Avevo compiuto 18 anni da meno di due settimane e avevo uno strato di adipe degno di una foca.

Nel 2005 , con l’idea di comprendere meglio la zona di transizione fra “esterno” e “sottoterra”, ci divertimmo a studiare la fauna del ruscello nei suoi primi 20 metri circa. Notate bene che parliamo di una grotta “di uscita” e quindi qualunque animaletto troviate a 10m dall’ingresso non ci è arrivato per caso portato dalla corrente, ma si suppone sia risalito per scelta. A meno che non ci sia un’alimentazione superficiale molto vicina, ma questa è un’altra storia e fa parte degli sviluppi della spedizione di cui vi parlo.
Di quell’esperienza di studio rimane l’unico articlo attinente alla biospeleologia che abbia mai scritto, insieme a Stefano Turco e Sara Comisso. Si, proprio Turbo e la famosa Sara quella-della-grotta. L’articolo lo potete leggere su Mondo Sotterraneo (Mondo Sotterraneo 2005 1-2: 129-136).

Il 13 maggio scorso ho partecipato per la duemillesima volta a un’uscita in Pod Lanisce, ma questa volta per fare qualcosa che avevamo in animo da molti anni. Per quanto mi riguarda ci penso dal 12 novembre 1989.

Dovete sapere cari lettori che la Pod Lanisce esordisce con un ingresso alto circa 1 metro e largo 2 e la sezione della galleria che segue continua a essere bassa e larga, con ampiezze che arrivano a volte fra 3.5 e 4 metri, per un pezzo. All’improvviso, come per miracolo, si intercettano ambienti diversi. La sezione cambia drasticamente e si passa a un’ampiezza contenuta, mentre l’altezza del passaggio diventa ben maggiore. In sostanza un meandro, o meglio una forra. La cavità continua in questo modo per un bel pezzo, con tratti anche piuttosto ampi, ma sempre con sezione “a gola”, fino a quando si arriva al sifone.

Superata una cascatella si arriva a una stanza, dove la sezione torna a essere larga e relativamente bassa. L’acqua sgorga da un cunicolo largo ma molto basso. A destra si diparte un ramo che chiamiamo “fossile” di dimensioni contenute e mai tanto alto.

Nel 1989 arrivavamo a un punto di questo ramo fossile dove ci si doveva infilare sotto un masso incastrato, si spingeva un po’, si vedeva oltre che il cunicolo era intasato di detriti. Tutti sapevamo, o meglio lo sapevano i miei istruttori, che dall’altra parte del sifone un analogo ramo si spinge incontro a questo e ovviamente se 1 + 1 = 2, sembra trattarsi dello stesso cunicolo, semplicemente oltre l’ostruzione.

Sta cosa ci è rimasta nella mente per anni, tanti anni, fino a quando, alcuni anni fa, un gruppo di baldi speleo del CSIF non ha fatto un po’ di attività di scavo in quella che chiamavamo “la frana”.
Nelle tremilasettecento gite in Pod Lanisce che ho fatto fra il 1989 e il 2015 non ho badato molto a quel cunicolo perché mi ero preso con altre faccende. Ma il 12 agosto 2015 ci sono tornato insieme a un paio di amici sardi e triestini. Ho mandato avanti Ughetta, perché se c’è stretto è meglio che guardi lei, poi mi sono spinto dentro a forza e ho scoperto con gioia che i miei piedi si trovavano dove nel 1989 arrivavo con la testa. Almeno 1,8m di avanzamento fatti e non era una frana. No no, ci sono massi, ma ci sono tanti tanti ciottoli mal cementati da un po’ di concrezionamento. Ciottoloni dovunque, anche sopra la testa. In pratica, scavare lì è un po’ come tirarsi addosso un volume non prevedibile di ciottoli e pietre varie, quanto basta per lasciarci la pelle o un arto.

Lì per quanto mi riguarda si è riaccesa l’attenzione. Ho scoperto che Barbe ha la stessa idea, che Yoshi aveva voglia di tornare oltre il sifone e quindi in tre anni abbiamo progettato e atteso questo momento.

Cosa c’è veramente dall’altra parte dell’ostruzione? E così il 13 maggio 2018 abbiamo finalmente potuto mandare due speleosub oltre il sifone a dare un’occhiata. Ci siamo trovati a Nimis al solito bar del Trieste in gruppetto, tre cariatidi (il Biondino, Barbe e Mayo) una mezza cariatide (Yoshi) e i baldi giovani (Sandokan, Christian e Piero).

Obiettivo di noi speleo normali: portare l’attrezzatura sub di Yoshi e Sandokan fino al sifone, dopo di che tutto sarebbe stato nelle loro mani.
Devo dire che nonostante l’uso di bombole piccole e leggere, il trasporto del materiale speleosub nella parte di grotta in cui io devo stare piegato o a quattro zampe è veramente una enorme rottura di gonadi.

Ma grazie alla muta da velista da 2.5mm con sotto una canotta di neoprene da altri 2.5mm, calzari e guanti, me ne sono fregato dell’acqua e questo ha migliorato molto le cose.
Oltre tutto in questa uscita ho provato anche in ambiente acqueo la mia nuova lampada Super Kikko 2. Sulle caratteristiche, pro e contro della lampada parlerò un’altra volta, perché il test è ancora in corso e prima di tutto ne parlerò con chi la produce. Vi dico solo che fa luce come una supernova e una bella luce.

Questo ha comportato il fatto che riuscissi a fare foto e filmati durante la progressione usando la Nikon AW120 di famiglia e che Barbe potesse fare altrettanto con la sua Olympus rugged nuova di zecca. E questa è stata la fregatura per Christian, perché attardandosi con noi due è finito per fare il modello, mentre io illuminavo a giorno la galleria e Barbe scattava. Solo che Christian aveva il mutino corto e leggero, niente sottotuta e totale carenza di strato adiposo. Vuoi essere magro? Soffri!

Una volta al sifone i due speleosub si sono organizzati, noi ci siamo preparati a fare altre cose che avevamo in programma e si sono immersi alle 12:21. Yoshi ci ha dato precise istruzioni sui segnali che avrebbe inviato lungo la sagola e ci siamo accordati riguardo alla durata della punta.

Nel frattempo siamo tornati nel ramo fossile a dare un’occhiata ed effettivamente c’è un bel pacco di ciottolame e pietre che sbarrano la strada. Ma sarà così lungo il tappo? E sarà l’unica strada? L’orso è sfuggente e la pelle per ora ce l’ha attaccata saldamente addosso, tuttavia abbiamo innescato un processo che difficilmente tornerà indietro e, dopo quasi trent’anni a rimuginare, sia io che Barbe siamo piuttosto contenti di questo.

Con ammirevole puntualità Sandokan è riemerso dal sifone regalandoci un po’ di magia con la sua potentissima torcia subacquea, seguito poi da Yoshi che ha recuperato la sagola, dato che sul posto da decenni c’è una corda fissata alle due estremità del sifone.

Pod Lanisce, 13 maggio 2018 ore 13:16, la torcia di Emanuele “Sandokan” illumina il sifone mentre torna dalla punta.

L’uscita è stata gaia e rapida, ma all’esterno ci aspettava un acquazzone intensissimo. E chissene, dirai tu caro lettore. Chissene finché hai la muta. Se ti stai cambiando ce ne fregava eccome.
Fortunatamente l’ex osteria di Ponte Sambo ha una bella tettoia all’esterno. Pensate che nel 1989 quell’osteria era aperta e ci bevevamo il caffé, debitamente corretto. Non ricordo quando abbia chiuso, ma queste valli bellissime (veramente bellissime) si spopolano molto rapidamente.

Terminato il cambio, via tutti a rifocillarci dalla nostra consueta fornitrice di cibo all’agriturismo da Tinat sulla strada per Sedilis. Fantasticando di cosa fare nei prossimi mesi, abbiamo tirato tardi, ma il vino è buono e non ci ha fatto male.

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From → Esplorazione

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