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Rischio

aprile 9, 2018

E’ strano constatare come gran parte di noi non abbia familiarità con il concetto di rischio, sebbene sia necessario tenerne conto ogni giorno. L’ispirazione mi è venuta prendendo parte ad alcune “esercitazioni” speleo in ambiente esterno.

Quando attrezziamo (armiamo) una grotta dovremmo essere guidati dal principio di ridurre al minimo il rischio. Termine generico. Il rischio dovrebbe essere una misura della probabilità che un evento si verifichi e della grandezza delle conseguenze di questo evento.

Per capirsi, se stiamo sotto un pozzo mentre altri stanno risalendo, la probabilità che voli giù qualche pietra è maggiore di 0, ma minore di 1. Insomma, non è detto che volino pietre per forza, potrebbero anche non caderne, ma la probabilità che questo succeda non è nulla. Se indossiamo il casco, la probabilità che una pietra caduta dall’alto ci ferisca è pari alla probabilità che cada una pietra e ci centri la testa. Se invece indossiamo il casco la probabilità che la pietra ci ferisca diminuisce, perché gli eventi che si devono verificare sono si stacca la pietra -> ci colpisce al capo -> è abbastanza pesante o veloce per ferirci nonostante il casco.
Poi c’è un’altra questione: ci ferisce superficialmente, ci fa molto male, ci uccide? Anche questo dipende da una serie di cose. Quanto è grande la pietra, da quanto in alto cade, come ci colpisce, quanto è efficiente il nostro casco nel dissipare l’energia. Sorvoliamo su quanto è dura la nostra testa, perché noi speleo siamo più testardi di un mulo, ma la pietra è più dura. A parità di “sfortuna”, se il casco è ben fatto, potrebbe fare la differenza fra morte e trauma grave, o fra questo e trauma non grave.

Insomma, il casco lo indossiamo perché riduce la probabilità di farci male se ci arriva un sasso in testa. Ho detto riduce, non azzera!

Se vuoi azzerare il rischio che un sasso staccato dalla progressione di un compagno lungo un pozzo ti spacchi la testa, non devi stare sotto il pozzo mentre quello scende o sale. Ah ma il pozzo non scarica. Bella affermazione del ca**o! Conosco molte decine di pozzi e non ne ho mai trovato uno dove sia impossibile scaricare sassi. Sul serio, in un modo o nell’altro, qualcosa può partire.

Una volta mi sono trovato in un pozzo veramente schifoso. Ero uscito da un meandrino (troppo stretto), arrivo in sto pozzo, saggio la roccia a martellate e il suono non è un granché. Ma trovo una zona buona. Ci ficco un paio di fix e inizio a scendere, mentre un compagno mi aspetta allongiato nel punto dove si usciva dal meandrino. Dopo un po’ … SBAM! una gran botta sulla testa. Passato un attimo di stordimento, grido “ma che cazzo scarichi!!!”. E quello dall’altro mi risponde “non sono stato io, veniva dall’alto e mi è passato accanto a tutta velocità”.
Insomma, il sasso veniva dalla parte alta del pozzo, oltre l’ancoraggio, e si era staccato chissà per quale motivo. Guardandomi attorno vidi che le pareti del pozzo, per quanto fosse “a campana” erano veramente marce. Roccia a cubetti. Solo a guardarla facevano paura. Così feci inversione e provai a pulire un po’. Ma mi resi conto che sopra di me c’era una pila di cubetti di roccia. Valutai che le mie contromisure fossero insufficienti, il rischio di trovarmi con la testa fracassata era troppo alto per i miei gusti, ripercorremmo il meandrino schifoso e il pozzo non venne mai sceso (che io sappia).

In quel caso rinunciammo a qualcosa di bellissimo: l’esplorazione. La vera droga dello speleologo, percorrere per primi un tratto di mondo sotterraneo mai visto prima da essere umano. Ma la voglia di sopravvivere era maggiore rispetto a quella di esplorare.

Ogni mattina milioni di persone escono di casa e vanno al lavoro in auto, motorino, bicicletta. Ciascuno di loro è in pericolo e il rischio non è per niente pari a 0. Ora, io credo che la differenza fra uno speleo maturo in grotta e lo speleo che va in ufficio il lunedì sia che il primo valuta il rischio, il secondo no. Nella vita di tutti i giorni ci siamo illusi che il rischio sia zero, semplicemente perché non possiamo fare altrimenti. Lo vedo quando corriamo troppo con l’auto, quando guidiamo dopo avere bevuto un paio di bicchieri, quando attraversiamo la strada senza assicurarci che le auto frenino. Lo vedo continuamente in chi passa col rosso, come in quelli che vanno a fare il bagno con le onde alte.

Un rischio di cui si ha esperienza continua, finisce per essere percepito in modo differente. Psicologicamente siamo portati a ridurne l’entità, perché fino a quel momento non ci è successo nulla di male. Non sono stato esente da questo nella mia “carriera” speleo.
Traversi fatti senza corda o senza allongarmi, ne ho percorsi tanti. Non mi sono mai schiantato, ma altri lo hanno fatto. Qualcuno si è rotto una gamba, qualcuno è morto. Cosa mi costa allongiarmi al traverso? Poco, perdo secondi a fare i cambi agli ancoraggi, ma in questo modo la mia probabilità di morire è prossima a zero (non zero!) e quella di rompermi una gamba poco più alta. Il fatto è che vai e torna nella stessa grotta dieci, venti, cento volte senza che succeda nulla di male, ti illude che il rischio sia zero.
Invece no, perché il rischio è una probabilità. Ogni volta che fai il traverso slegato la tua probabilità di volare rimane 1/1000. Ma questo non significa che tu non possa precipitare se ci vai 999 volte e salti la fatitica 1000ma volta! Quella non è probabilità, è cogl****ggine!

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