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Essere istruttori

Si avvicina ancora una volta l’inizio di un corso di introduzione alla speleologia e ripenso a cosa significhi “essere istruttori”. Non ho la pretesa di potere fare affermazioni in assoluto, ma credo sia legittimo dire cosa significhi per me essere istruttore di speleologia.

Il ragazzino a sinistra era Aiuto Istruttore! Il tizio con la barba bianca a destra, che spesso si chiede se sia il caso di essere IT, non sarebbe stato molto d’accordo.

Innanzitutto devo dire che nel tempo le mie idee sono cambiate molto. Quando iniziai a collaborare nell’ambito dei corsi di introduzione, primi anni ’90, non sapevo esattamente quanto fosse importante ciò che stavo facendo. Mi limitavo a spiegare ad altre persone quali erano le tecniche che impiegavo per percorrere le grotte. Quelle tecniche mi erano state insegnate durante il corso che avevo seguito, il XIV Corso di Speleologia organizzato dal Circolo Speleologico Idrologico Friulano nel 1989. Avevo imparato molto di più dopo il corso, soprattutto grazie alla pazienza di Max (Massimo Paravano) che mi portava spesso in grotta e mi ha insegnato ciò che serviva per armare le verticali, per la progressione su corda, senza farmi male. Nel 1991 ero diventato autonomo e mi ritrovai a fare l’aiuto istruttore. All’epoca bastava che il Presidente del gruppo dichiarasse l’idoneità e si diventava AI nell’ambito della Scuola di Speleologia. A ripensarci mi vengono i brividi: la prima volta in cui mi affidarono un allievo avevo 20 anni e due anni di esperienza alle spalle.

Penso che il compito dell’istruttore sia il raggiungimento di alcuni obiettivi da parte degli allievi, fra cui i fondamentali sono:
– imparare a percorrere una grotta senza farsi male;
– imparare a percorrere una grotta senza schiattare di fatica;
– capire com’è fatta quella parte di mondo nascosto che si sta attraversando.

Essere in grado di fare queste tre cose non rende istruttori. Devi essere capace di insegnare! E’ ovvio che non puoi insegnare una tecnica se non la sai mettere in pratica, ma non è per nulla sufficiente conoscerla e saperla usare per insegnarla. Questo è uno dei più grossi errori che molti di noi hanno commesso in passato: è sbagliato confondere la conoscenza con la capacità didattica.

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Degli armi nelle grotte

Come attrezzo un percorso in grotta dipende sia dalle mie capacità che dal mio obiettivo.

Sapere scendere i pozzi non fa di te uno speleologo, ma aiuta ad arrivare in luoghi interessanti e a tornare vivi per raccontare al resto del mondo come sono fatti. Magari senza avere patito troppo.
Ovviamente tu sai cosa si intenda con la parola “armo”, ma nel dubbio lo scrivo per i principianti che dovessero leggere questo articolo. Si chiama “armo” il complesso di attrezzature installate dagli speleologi in una cavità per superare passaggi dove non è possibile la progressione camminando o è pericoloso arrampicare. In pratica l’insieme di corde, cordini, fettucce, moschettoni, ancoraggi ecc.
Molti armano per sé stessi. Altri si vantano di fare tutto con un solo nodo. Altri ancora ti spiegano con aria paterna che in esplorazione si arma in un modo, per le gite in un altro.

Cavolate.

Non vi dirò nulla di originale: questo discorso lo fece molto tempo fa Giovanni Badino. Migliaia dissero si si, i fans si agitavano ascoltandolo come fosse una rock star, poi andavano in grotta e continuavano a fare le cose come sempre.

Non ho la vocazione di GBad, ma scrivo più che altro per gli speleo con cui vado in grotta, che siano istruttori o no, dal basso di una preparazione tecnica non eccellente, ma sufficiente a farmi sopravvivere per 33 anni di speleo. Scrivo anche e soprattutto come speleo che non ha mai avuto doti atletiche o allenamento. Ho dovuto imparare a fare le cose in modo che fossero sicure, facili, meno faticose possibili.

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Dei rilievi delle grotte

Grotta Doviza, 1998. Ghembo (Andrea Borlini) e Mayo stanno facendo “i stupidi” prima di entrare per una delle giornate di rilievo “di precisione”. Foto scattata da Paolo Burin.

Quella volta facemmo sempre battute multiple nei due versi, ottenendo quindi più dati per ogni segmento di poligonale, e associammo a ogni punto un errore (statistico).
Al passaggio sifonante dopo la confluenza dei torrenti vennero attribuite una posizione probabile e una nuvola di probabilità. Facemmo anche un rilievo di superficie, assegnando una posizione a diverse forme morfologiche superficiali. La qualità del rilievo fu tale che, quando chiudemmo un anello lungo oltre un chilometro in superficie, la poligonale non si chiuse per appena 1 metro!

Questo lavoro dette diversi frutti, fra cui la scoperta del by-pass fra la Sala Matteotti (delle Scritte) e il meandro del piastrone o il terzo ingresso della grotta. Per la Feruglio consentì di capire che il camino in cima al Rametto delle Bestemmie è associato a uno sprofondamento in superficie.
Nel 1998 disponevamo di ecclimetro e bussola analogici (tradizionali) di ottima qualità, prodotti dalla Suunto, cordella in acciaio o fibra, blocco note e matita. Ghembo era molto bravo nel rilievo, cosa che continua ancora oggi con Disto e tablet. Io iniziai a usare un computer per elaborare i dati e calcolare posizione stimata ed errore associato per ogni caposaldo. Nel 2022 Ghembo continua a fare ottimi rilievi e io continuo a elaborare dati per associare in GIS la morfologia interna alle cavità. Il lavoro in corso riguardante la Grotta Sara a Monteprato è la naturale evoluzione di ciò che stavano facendo quei due “scemi” 24 anni fa.

Questa è solo una delle tante storie che riguardano l’attività svolta negli ultimi tre decenni da noi speleologi del CSIF, ma che differenza c’è fra quel tipo di rilievo e altri? Soprattutto, c’è questa differenza? Se hai voglia, continua a leggere.

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Arrivederci

Oggi un gruppo di soci del Circolo Speleologico Idrologico Friulano ha salutato Meraldo, il cui organismo ha cessato di funzionare alcuni giorni fa, consentendogli di lasciare quella forma e, forse, questo “mondo”.

Non saprei usare parole diverse. All’anagrafe era stato registrato, 66 anni fa, come Gino Monai. Anni fa comunicò che quel nome non era il suo, non lo sentiva tale. Desiderava essere chiamato Smeraldo, ma col tempo il suo nome, perché indiscutibilmente era “suo” per scelta consapevole, mutò in Meraldo e tale rimase. Col suo nome oggi è stato ricordato e accompagnato dal celebrante, presso la chiesa di Antro / Landar / Špasa.

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